In realtà volevo dormire ancora, almeno un'ora, almeno un'altra. Invece ti sei sballonzolato tutta la notte dentro di me e non mi hai dato tregua. E così mi sono rassegnata ad alzarmi, infilarmi le ciabatte verdi, la vestaglia e preparrami una tazza di the verde caldo. Eccomi qui, almeno scrivo. Perché lo sballonzolamento dentro il letto, mi ha fatto venire qualche pensiero triste. E siccome niente pane e rabbia eccetera eccetera, facciamo che inizio a rispolverare qualcosa di bello, qualcosa che posso raccontarti, anche se Lui (sembra!) sia andato via come il vento di Föhn che arriva all'improvviso in mezzo al gelo, ti dà l'idea di estate e il giorno dopo ti ritrovi nuovamente infreddolito e non sai dartene ragione. C'è stata una cena dentro un'automobile, una sera che c'era una pioggia sottile sottile e le luci dell'abbazia erano infiniti caleidoscopi di colori. C'erano i piatti veri, i bicchieri a calice, il vino rosso e per finire persino le martin sec. Lui sorrideva come un bambino alla giostra e io avevo il buonsenso e il coraggio di non fare domande. Vivevo con brio, beandomi di quello che ricevevo come un dono del cielo. Era quello il segreto. Forse è quella capacità che col tempo non ho saputo mantenere gelosamente e saggiamente legata al polso come un palloncino rosso. Non lo so, forse alla cena dentro l'automobile ero meglio di adesso, almeno nel sorriso e nella leggerezza. Ognuno ha le sue zone cieche, sono un falso caterpillar. Siamo andati a vedere il bosco, dopo. Non uno qualunque, quello speciale, dei ricordi. Lui ha iniziato a raccontare, io ho ascoltato affascinata cose apparentemente banali che sembravavano il capitolo di un libro. La nebbia si era sparsa come lo zucchero a velo sulle torte e il mondo sembrava quello dentro alle palle di vetro. Gli alberi illuminati dai fari delle poche auto di passaggio ricordavano la scena di un film. Siamo scesi a sentire il rumore del bosco e io mi sentivo al sicuro. Dentro la notte mi ha preso la mano, col garbo di chi sta toccando una cosa sacra. Poi mi ha baciata, da farmi mancare l'aria. Non so raccontare con le parole, ma se chiudo gli occhi nulla mi sfugge. L'odore, il sapore, il battito forte del suo cuore contro il mio, i suoi occhi su di me, l'aria densa di tante cose. Non importa se non lo so scrivere, lo so ricordare.
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lunedì 12 marzo 2012
lunedì 5 marzo 2012
Del coraggio da inventare #2
Io lo so che uno le cose non se le deve mai immaginare. Accade sempre il contraio poi, quando accadono. Molto meglio o molto peggio. In ogni caso mai come l'avevamo immaginato. La scena che avevo immaginato era un urlo sottovoce. E' un ossimoro difficile da spiegare. E' la voce con l'intonazione dell'urlo e il volume di un sussurro. Per dare l'interpretazione alle parole bisogna usare il paramentro dell'intonazione, non il volume. Altrimenti si capisce tutta un'altra cosa.
Avevo immaginato la casa in penombra, la finestra aperta sui fiori rossi e gialli del terrazzo, la tenda che svolazza appena appena, la radio che quasi non si sente, un bicchiere di prosecco in mano e l'urlo sottovoce che si espande tra le stanze, s'infila sotto le tende e le solleva. E una carezza dolce sulle guance e sulle mani, poi. La vita ti fa fare giri strani certe volte, che quasi non sai più neppure dove sei. E la scena immaginata resta solo sognata. E tende aperte sui fiori tristi del terrazzo, e silenzio. Tutto qui. Niente prosecco, che si sarà mai da brindare?!
Mi sono comprata un paio di orecchini con le farfalle.
Mi sono comprata un paio di orecchini con le farfalle.
PuntoG
La prima parte è qui
giovedì 1 marzo 2012
Del coraggio da inventare #1
Questo è la mia camera della decantazione. Il mio posto dove dare aria a qualunque pensiero prima di trasportalo, eventualmente, nel mondo. E' in realtà la seconda camera. La prima è il cuore. Prima di finire qui i pensieri giacciono in un'angolo all'incrocio tra atri e ventricoli, coi globuli rossi che gli fanno "ciao" con la mano quando li sfiorano passando. Perchè a non dirle, le cose, non sembrano neppure vere, o comunque si può "fare finta" che vere non lo siano.E io ho fatto finta, fino a quando ho potuto.Insomma, tra qualche mese avrò un figlio. No che non lo volevo, no che non mi sento pronta, no che non l'avevo programmato. Se avessi avuto il coraggio forse l'avrei restituito agli angeli, ma il mio coraggio è come la neve di marzo al sole. E allora l'accoglierò, così come ho accolto il padre. Nell'arrivo e nella partenza. Pregherò il dio delle stelle e del mare di non farmelo crescere a pane e rabbia, perchè io lo so che il rischio è tanto. Questo sole giallo più del solito mi fa pensare che potrò tenere le finestre aperte mentre gli dipingerò la stanza, e questo mi dà coraggio. Perchè il sole aiuta, di sicuro più della nebbia e della pioggia. Almeno all'umore. Dovrei pensare di smettere di fumare e organizzare una cena per comunicarlo agli amici. E comprare un vestito nuovo, magari color del cielo.
PuntoG
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